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La proposta della moratoria all’ estrazione petrolifera nel parco Nazionale Yasuni vacilla.
27/10/2007
Paola Colleoni
da Paola Colleoni, Quito Il presidente Correa ha annunciato ieri la concessione della licenza ambientale alla compagnia brasiliana Petrobras per lo sfruttamento del blocco 31, che si trova per il 70% nel Parco nazionale Yasuni. La licenza al gigante brasiliano era stata sospesa nel 2005 dalla ministra dell’ambiente Anna Alban per irregolarità nelle operazioni. La compagnia aveva cominciato ad aprire una strada nel Parco Nazionale senza il permesso del Ministero. In questi due anni l’impresa ha continuato le sue operazioni fuori dal parco, come la costruzione del campo petrolifero e i primi diciotto chilometri di strada fino ai confini dello Yasuni, provvedendo a fornire un nuovo studio di impatto ambientale. Il “bloque” 31 si trova in territorio Huaorani, che lo scorso 17 ottobre, di fronte ai rumori di un’imminente concessione della licenza, sono arrivati a Quito con una delegazione per manifestare contro la presenza di Petrobras nel loro territorio tradizionale. Parte del Bloco 31,10.600 ettari, si trova nella zona intangibile istituita dallo stato per proteggere i gruppi indigeni in isolamento volontario, i clan dei Taromenane-Tagaeri Rispetto a questi, la Commissione Interamericana di Diritti Umani ha disposto che lo stato ecuadoriano adotti misure cautelari urgenti di protezione, dopo i massacri degli scorsi anni avvenuti a causa del contatto con i madereros illegali nello Yasuni. Pena, un giudizio internazionale per la mancata protezione dei diritti umani di questi popoli. La notizia della concessione della licenza ambientale a Petrobras getta dunque scompiglio e sconcerto sulle intenzioni del governo, che aveva annunciato l’implementazione imminente delle misure cautelari imposte dalla CIDH. Petrobras ha dichiarato che adotterà tecnologie di punta per lo sfruttamento petrolifero nel parco nazionale, evitando la costruzione diretta della strada nel parco nazionale. La via per l’oleodotto verrà aperta con operazioni aeree. La compagnia afferma di avere già predisposto un piano di contingenza in caso di avvistamento o contatto con individui appartenenti al gruppo dei Tagaeri-Taromenani. Simili piani di contingenza, sono già in fase d’implementazione nel territorio Tagaeri limitrofo nel lato peruviano, dove stanno operando l’impresa Barret e Repsol. Avvistamenti aerei delle zone di insediamento, distribuzione di regali lasciati cadere dagli elicotteri, voci in lingua nativa registrate e diffuse con altoparlanti, sono alcune delle tecniche utilizzate. L’AIDESEP, associazione dei popoli indigeni della selva peruviana, ha condannato recentemente questi piani perché forzano il contatto e dunque violano il diritto all’isolamento volontario, ponendo in serio rischio la sopravvivenza di questi popoli, a partire dalla minaccia rappresentata dalla trasmissione delle malattie. La notizia della concessione della licenza ambientale a Petrobras getta scompiglio e sconcerto anche sulle intenzioni del governo, rispetto alla campagna del governo per il progetto della ITT. La proposta, lanciata dal governo lo scorso giugno, consiste nel lasciare il petrolio sotto terra, contribuire al contenimento del cambiamento climatico globale, rinunciando a disperdere nell’atmosfera tonnellate di carbonio, a condizione che la comunità internazionale sia disposta a ripagare lo sforzo economico dell’Ecuador con la cifra di quasi 4 mila milioni di dollari. Con la concessione della licenza ambientale per il blocco 31, dello Yasunì, dove già operano Repsol-YPF, Andes Petroleum e Petro Ecuador, rimarrebbero solamente 200.000 mila ettari intatti. Rimarebbero per il momento, perché il blocco 31 è poco produttivo ed il suo sfruttamento sarebbe redditizio solo in congiunto con l’ ITT, che invece rappresenta la riserva più grande del paese. Si stima che potrebbe produrre fino a 500.000 barili al giorno. Tutto fa presagire che la concessione di questa licenza condurrà al naufragio della proposta del “crudo represado” dell’ITT: se a luglio del prossimo anno Correa non avesse racimolato i soldi di compensazione economica provenienti dalla comunità internazionale, provvederà ad implementare il suo piano B. Ovvero, la concessione della licenza di sfruttamento dell’ITT a Petrobras. Come ha dichiarato ieri Esperanza Martinez, dell’organizzazione Accion Ecologica e promotrice della campagna Amazonia por la Vida, una delle organizzazioni della società civile che ha maggiormente appoggiato la proposta dell’ITT, la concessione della licenza a Petrobras ridicolizza la proposta del crudo represado. Con questa decisione infatti si rischia che nessun finanzista, come l’Iniziativa di Bill Clinton sul cambiamento climatico che ha scelto di appoggiare la proposta dell’ITT selezionandola su 2000 progetti, prenderà ora sul serio la proposta del governo. Ma perché il governo di Correa permette l’estrazione nel parco Yasuni al gigante brasiliano, al quale le leggi del proprio paese impediscono di operare in aree protette in casa propria? Se i piani del governo di Correa sulla rinegoziazione dei contratti petroliferi andassero in porto, non sorprenderebbe se alcune delle imprese multinazionali che operano attualmente nel paese decidessero di fare le valige. I contratti di partecipazione che regolano le operazioni delle compagnie stabiliscono che lo stato partecipi nei profitti al 20%, e le compagnie all’80%, per un prezzo del barile fissato a 25 dollari. Fino alla promulgazione del decreto legge sull’eccedenze dei profitti petroliferi che rialza al 90% la partecipazione statale nelle eccedenze, era stabilito che queste si ripartissero al 50 % fra lo stato e le imprese. Si tratta di un bel malloppo in disputa, visto che attualmente il prezzo al barile oscilla tra i 60 e i 70 dollari, con proiezioni che stimano rialzi fino ai 90 dollari al barile nei prossimi anni. La legge sui profitti eccedenti, sarebbe solo la prima di una serie di misure che appuntano alla revisione dei contratti di “partecipazione” a contratti di “prestazione di servizio”, in cui lo stato sarà padrone del 100% dei profitti, e pagherebbe in barili di petrolio le compagnie per la loro prestazione d’opera. Soprattutto è la base della strategia economica del governo e del suo presidente per la rivoluzione nelle politiche sociali. Il gigante brasiliano appoggerebbe con tutta probabilità la nazionalizzazione degli idrocarburi, rimarrebbe nei campi petroliferi assegnati dal governo amico a condizioni meno vantaggiose, ma guadagnerebbe nella costruzione del corridoio Manaos-Manta, essenziale al Brasile per la commercializzazione dei suoi prodotti (auto, gas, petrolio e prodotti dell’amazzonia) con la Cina. Corridoio che è in fase di negoziazione tra Correa e il governo di Lula. La presenza fisica del brasile nei blocchi ITT e 31, guardati in una prospettiva geopolitica, assumono ben altro significato, per la protezione del corridoio commerciale in progetto, in una regione di frontiera con un paese in conflitto come lo è la Colombia. Insomma un accordo che soddisferebbe le esigenze dei due paesi. Se è certo che la sovranità nazionale economica e la creazione di uno stato sociale siano obiettivi sacrosanti per la rivoluzione alvarista bolivariana di correa ed alleati, il suo costo ambientale e la proposta di sviluppo ad esso inerente, sono invece ancora tutti da stimare. ( categories: )
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